giovedì 26 luglio 2012

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Ci sono momenti in cui l’ultima cosa che vorremmo... sarebbe essere consolati.
In quei momenti esistono al mondo delle persone, caro lettore, persone rare e bellissime, che da bisognose di conforto… passano a donarlo.
Questo post è in effetti dedicato ad una di queste persone.


Ci sono momenti di tensione, di rabbia, di dolore, di delusione, di tormento, di disperazione.
Ci sono momenti di vuoto.
In quei momenti si sentono addosso gli sguardi brucianti d’affetto delle persone vicine.
Brucianti, sì.
Ma forse solo per le persone che, come me, sono cariche di quell’arma a doppio taglio che è l’orgoglio. Scaldano quegli sguardi, moltissimo. Tanto che, qualche volta, sembra che scottino i lembi della pelle che accarezzano.
E ci rendiamo perfettamente conto dell’inutilità di quel nostro sentimento. Ce ne rendiamo conto, eppure alle volte vorremmo solo urlare la fottuta richiesta di essere lasciati in pace.


Siamo una contraddizione che parla, cammina e respira.
Proprio quando  avremmo bisogno di qualcuno accanto, non abbiamo altro desiderio che cacciarlo via.


In quei momenti non sai mai se avrà la meglio la volontà di non lasciarti guardare, travolto dalle tue debolezze; se questa volontà sarà costretta a crollare, attaccata e distrutta dalla parola giusta pronunciata dalla persona giusta; se esploderai nel peggiore dei modi, aggredendo chi cerca di aiutare.


In realtà però, lettore, la mia riflessione non è nata per parlare di queste reazioni, ma di una ben più sottile.


Com-patire: soffrire insieme, nel significato più nobile della parola.
E, se qualcuno soffre sinceramente con e per noi, c’è il rischio che questa persona ci voglia davvero bene.
[Uno scettico potrebbe optare per una spiccata sensibilità dell’individuo in questione, ma questa è un’altra storia.]
Ed è proprio quando si ha di fronte una persona della quale si conosce la verità del sentimento con cui compatisce che, alle volte, si fa strada il sottile meccanismo di cui ti parlavo.



L’orgoglio svanisce.
Il dolore è ancora là.
È l’affetto a guidare la partita.


Da rassicurato… passi a rassicuratore. Ascolti ciò che l’altro ha da dirti. Fai credere a chi hai di fronte che quelle parole hanno avuto effetto.
Già, stai dando a quella persona una sorta di premio per il sostegno che ha provato a dimostrare.
Il dolore è ancora là ma, con tutto l’amore con cui riesci a farlo rintanare in un angolino del tuo sguardo, cerchi di far credere a chi hai davanti di essere riuscito a consolarti.
E, nella migliore delle ipotesi, riesci a convincerti che sia davvero così.

Metti davanti al tuo dolore la soddisfazione di quell’ amico, compagno o parente che, mosso dall’amore per te, si è cimentato nell’impresa di consolarti.
Doni a quella persona il conforto che dà il confortare.

…Riesci a capire cosa intendo? [Se sono troppo confusa ti prego, scusami.]



In quanto consolatore puoi cadere in quella dolce trappola che il tuo amico, compagno o parente ti ha teso, oppure puoi riuscire a percepire che l’ha appena allestita.
E ti senti impotente di fronte alla barriera che l’altro ti ha costruito davanti. Non vedi modi per scalfirla ed arrivare a qualcosa di positivo. Non vedi modi per penetrare quegli occhi.
Adesso è lì, con il suo sguardo, che sta bruciando la tua di pelle.

In realtà… si sa, nessun muro è indistruttibile, si può tornare all’attacco con un’altra strategia.
Oppure… si può lasciare, fluttuante, l’illusione che avete entrambi di essere riusciti nei vostri propositi. Far valere quel silenzio consapevole e pieno di sottintesi che solo due persone complici possono condividere. Riconoscere che forse la persona che hai davanti ha bisogno di più tempo per lasciarti intravedere della luce da quella crepa nella barriera. Perché la crepa c’è, basta solo aspettare con amore e pazienza di riuscire a sfondarla.




Ci sono momenti in cui l’ultima cosa che vorremmo... sarebbe essere consolati.
In quei momenti esistono al mondo delle persone, caro lettore, persone rare e bellissime, che da bisognose di conforto… passano a donarlo.